venerdì 3 febbraio 2012

… ma cos’è la felicità???

… ma cos’è la felicità???
Qualche giorno fa ho letto un libro, suggerito da un amico, che individua 10 regole per raggiungere la felicità. http://www.libreriauniversitaria.it/dieci-regole-felicita-jackson-adam/libro/9788834416501
Dieci piccoli suggerimenti che appaiono subito semplici e immediati e che diamo un po’ per scontati… eppure seguendoli con un po’ di sforzo ci rendiamo conto che possono veramente migliorare la qualità della ns. vita. Se avete occasione leggetelo, rende felici anche scoprire che è molto corto ed ha un linguaggio semplice e veloce…
 Il problema che mi sono posta da quel momento è stato però di più difficile risposta… in cosa consiste quello che noi ci ostiniamo a raggiungere e che chiamiamo Felicità? Sono felice .. quanto? Veramente?..

La definizione: La felicità è lo stato d'animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri.
Aiuto!
Se è uno stato d’animo è una cosa che cambia e muta velocemente, secondo dopo secondo… ed è proprio di chi ritiene soddisfatti i propri desideri… tutti? Alcuni? Soddisfatti appieno e solo parzialmente?
Prendiamo una famiglia come tante altre; ipotizziamo papà, mamma e un bel bambino… chiediamo al papà se è felice ‘Certo.. ho realizzato i miei desideri, ho un buon lavoro, una moglie che mi ama e soprattutto un figlio, meraviglioso… sono senz’altro felice…’ passa il tempo e questo individuo inizia a provare interesse per un’altra donna, se ne innamora (n.d.r. pur non credendolo io possibile vd. Post precedente) dicevo se ne innamora a lascia tutto per lei… ma come? ‘non ero più felice…’ ma se era ciò che avevi sempre desiderato? ‘Le cose cambiano e tra me e mia moglie non era più come prima…’ (n.d.r. lo credo bene: vuoi ancora vivere da eterno peter pan senza il peso delle responsabilità e dei doveri?) ‘E poi ora sono innamorato veramente’ scusa e prima? ‘credevo di esserlo ma non era così’ (n.d.r. ho preso l’esempio del marito ma la cosa vale tale e quale per le donne)… Cioè credevi di essere felice ma non lo eri veramente… quindi adesso credi di essere felice ma c’è la possibilità tu non lo sia veramente??? E tuo figlio? ‘Neppure lui è felice così lo sarà sicuramente di più sapendo che i suoi genitori sono sereni’ (n.d.r. cioè il bimbo è più felice vivendo tra due case, con due persone che lo educano ciascuno a suo modo, piuttosto che stare tranquillo nella sua cameretta ricevendo la bonanotte da ciascuno dei suoi genitori? Pensiamo veramente che il ns. bimbo sia così altruista da pensare al bene dei suoi genitori o forse è un po’ più egoista e preferisce averli tutti e due con sé?).
Allora non sono più d’accordo!
La felicità non può essere una soddisfazione dei ns desideri. O meglio lo è solo apparentemente!
Immaginiamo di poter soddisfare sempre e comunque tutti i desideri che abbiamo. Saremmo felici? Non credo. Forse lo saremmo di più rinunciando ad esaudire un ns. desiderio magari aiutando altri a realizzare il loro, o rinunciando a una ns. esigenza per non ferire altro (vd. Esempio del padre..)
Certo, privarsi per non ferire altre persone è tremendamente difficile e nel caso di sentimenti forti e nobili come l’amore è forse addirittura impossibile… e a dire il vero la felicità non è affatto garantita perché rinunciare alla persona amata porta dolore,  frustrazione, e senso di totale ineguatezza (n.d.r. parlo ovviamente per sentito dire da una amica…. Hi hi hi )… ma non è forse vero che la consapevolezza di aver rinunciato ad una cosa importante fa ci sentire più leali nei confronti degli altri? E che la lealtà ci fa sentire più leggeri? E allora non siamo forse felici?... e non è forse questo il tipo di felicità che conta?
In questo caso la felicità non è un emozione ma una virtù. Nel Protagora, uno dei suoi dialoghi più famosi, Platone dice che solo chi persegue la Virtù può essere felice.. arrivando a dire che è preferibile subire un torto piuttosto che commetterlo (n.d.r. mi sento molto concorde…).
La filosofia ha spesso trattato il tema.
Nella concezione aristotelica della felicità possiamo individuare tre aspetti importanti:
1. la felicità come giusta misura;
2. la felicità come realizzazione della propria natura;
3. la felicità come conseguenza di un modo di essere e non di singole azioni.
Aristotele distingue tra virtù etiche e dianoetiche. Le prime riguardano la disciplina delle passioni, le seconde il sapere e la ragione. Egli non esclude dunque un rapporto tra felicità e piacere, purché le passioni siano regolate e moderate dalla ragione. Relativamente alle virtù etiche, quindi, la virtù consiste nel giusto mezzo, che è anche l’atteggiamento per conseguire la felicità. Il piacere non si identifica con il sommo bene, quindi non può dare la felicità in senso proprio. Tuttavia, anche il piacere può contribuire alla felicità. Essendo legato alla sensibilità, però, esso è relativo ai diversi individui, e in ogni caso deve essere moderato, in modo da non turbare l’animo e da non distogliere dalla virtù. Tuttavia, anche il piacere può contribuire alla felicità. Essendo legato alla sensibilità, però, esso è relativo ai diversi individui, e in ogni caso deve essere moderato, in modo da non turbare l’animo e da non distogliere dalla virtù.
Secondo molti filosofi, la felicità consiste essenzialmente nel piacere legato ai sensi. Questa posizione è in genere legata a una concezione materialistica dell’uomo, per cui egli si risolve interamente nel suo essere fisico, nel corpo. L’anima è strettamente legata al corpo e dunque è mortale. Tuttavia, all’interno di questa concezione, è necessario distinguere almeno due varianti distinte. Da un lato l’edonismo (dal greco hedoné, piacere), secondo il quale il piacere è uno stato positivo da ricercare attivamente, è "un moto lieve dei sensi" (Aristippo di Cirene) da rinnovare continuamente. Dall’altro lato, il piacere viene inteso come serenità d’animo, assenza di turbamento e di dolore. La posizione di Epicuro è particolarmente rappresentativa di questa seconda tendenza. Secondo Epicuro, il piacere non è sempre bene di per sé. Alcuni piaceri, infatti, possono turbare l’animo, o perché troppo violenti, o perché durano poco e il loro venir meno provoca dolore. Sarà allora necessario fare un calcolo dei piaceri, sotto la guida della ragione, in modo da scegliere quelli stabili, quelli facilmente raggiungibili, quelli che non provocano dolore futuro e che non privano di piaceri maggiori. Ad esempio, mangiare e bere smodatamente può per alcuni essere un piacere. Se però analizziamo le conseguenze negative sulla forma fisica e sulla salute, ci rendiamo conto che a lungo andare tale piacere provoca dolore, e dunque è saggio astenersene. Il tema della felicità è centrale nel pensiero di Epicuro. Egli infatti muove dal presupposto che il fine del filosofare sia proprio il raggiungimento della felicità. Il rapporto tra virtù e felicità è analizzato in modo approfondito da Kant.
Il significato del ragionamento kantiano è il seguente: il desiderio di felicità non può mai essere la causa della virtù, altrimenti questa sarebbe finalizzata ad uno scopo diverso dalla virtù stessa  e non sarebbe morale. Che la virtù, perseguita in modo disinteressato, determini la felicità non è possibile nell’ambito fenomenico, della causalità fisica, ma non possiamo escludere che tale legame venga stabilito in ambito noumenico, da Dio. In questo caso, infatti, la virtù è perseguita autonomente. In altri termini, non mi comporterei moralmente se lo facessi per meritare la felicità, ma posso aspettarmi che alla virtù debba corrispondere la felicità. Questa corrispondenza non può essere assicurata dall’ordine fisico della causalità, per cui devo postulare l’esistenza di un essere onnipotente e giusto che la garantisca. In ultima analisi, quindi, la virtù dà la felicità, anche se non deve essere seguita in vista di questo fine. La morale kantiana è comunque una morale del dovere: dobbiamo conformare la volontà (l’intenzione) alla razionalità della norma. La felicità fa seguito alla morale, non la determina e non ne rappresenta l’aspetto principale.  
Certo il problema non si è risolto dopo questa breve panoramica di storia del pensiero filosofico e probabilmente ciascuno sta cercando la propria dimensione di felicità, la propria definizione e il proprio punto di soddisfazione… E se la felicità stesse proprio nel non conoscere la vera felicità?

«C'è un'ape che se posa
sopr'un botton de rosa:
l'annusa, e se ne va...

In fonno, la felicità
è una piccola cosa.
»

(Trilussa, "Felicità", da Acqua e vino, 1927; versione in romanesco)

Gaia

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