le origini...
La parola filosofo deriva da "filo-sofo" (amante della sapienza) che si differenzia della sola parola "sofo" cioè sapiente. La ricerca viene chiamata "filosofia".
Il sapiente era colui che gettava luce nell'oscurità, colui che scioglieva gli enigmi, colui che manifestava l'ignoto e precisava l'incerto. Il sapiente è colui che riesce a capire qualche cosa che appartiene in genere all'ambito del divino, del misterioso, qualcosa che è nascosto agli uomini. La verità , in altri termini, appartiene all'ambito del divino e non è data agli uomini se non in momenti o in luoghi particolari. Il sapiente è allora colui che riesce a cogliere la parola divina, colui che riesce a cogliere la sua verità e cerca di trasmetterla agli altri uomini. Ecco perché i sapienti parlavano poco e quando parlavano si esprimevano sinteticamente in detti che venivano poi trasmessi alle generazioni future, come ad es. "Ottima è la misura" (di Cleobulo), "Conosci te stesso" (attribuito a Talete, si trova sul frontone del tempio di Delfi, e Socrate la farà sua), "Sappi cogliere l'opportunità" (Pittaco) ecc. Per noi, oggi, le parole non contano poi molto: parliamo spesso e volentieri a vanvera, diciamo una cosa e poco dopo la smentiamo, senza preoccuparci se abbiamo ferito o no una persona con quello che abbiamo detto. Nei tempi antichi non era così: la parola era "densa" di significato, era "qualcosa", aveva quasi una realtà a sé. Tale pienezza verrà a poco a poco impoverita e solo la filosofia cercherà di ricordare l'importanza della parola. La filosofia nascerà come attività a sé quando diventerà quella parola che poggia esclusivamente su di sé, e che quindi non ha bisogno di fondarsi sulla autorità di chi parla. Ma vi è ancora qualcos'altro alle origini della filosofia. Ricordiamo anzitutto la visione religiosa greca. La vita umana è concepita entro i confini segnati dagli dèi e dal destino , a cui tutti devono sottostare . Il bene e il male, d'altra parte, non sono pensati anticamente come valori morali, concetti astratti: sono invece forze oggettive, potenze che convivono nell'universo e tra esse Zeus pone l'equilibrio. Felice dunque l'uomo a cui Zeus manda il bene, infelice l'uomo a cui Zeus manda i mali! Da questo punto di vista potrebbe sembrare che la religiosità greca sia essenzialmente all'insegna del pessimismo: l'esistenza umana è per definizione effimera e sovraccarica di affanni, poi viene la morte che non risolve, del resto, proprio nulla. Per i contemporanei di Omero, la morte era infatti una sorta di post-esistenza, ridotta ed umiliante, nelle tenebre sotterranee dell'Ade, popolate da pallide ombre, prive di ogni forza e memoria. L'uomo insomma dispone solo di questa vita terrena e solo dei propri limiti, quelli che gli sono stati assegnati dalla sua condizione.
Eppure, proprio in questa situazione, l'uomo greco potrà intravedere una soluzione positiva: la saggezza. Ed infine vi è la tragedia, che riveste un'importanza fondamentale per conoscere le condizioni che permisero la nascita e lo sviluppo della filosofia. I Greci si ponevano di fronte al teatro in modo assai diverso dai moderni. Essi assistevano alla rappresentazione teatrale nel corso di una solenne festa religiosa, programmata e organizzata dallo Stato. Per l'ateniese del 5° sec. a.C., nel teatro aveva luogo una esperienza politico-religiosa di grande importanza. La realtà di cui lo "spettatore" fa esperienza nel teatro è altrettanto concreta e presente di quella della sua esistenza quotidiana. Tuttavia non si identifica con quest'ultima: lo spettatore viene in qualche modo proiettato in una situazione capace di rivelare significati nuovi e più alti. Quando la tragedia si afferma e istituzionalizza in Atene, il mondo del mito è già visto come distante, ma non ancora estraneo o insignificante. Ciò rende possibile , nella tragedia, la riattualizzazione del mito stesso e dei suoi significati. E' una sorta di filtro attraverso il quale lo spettatore è chiamato a riflettere e ad interrogarsi su valori, credenze, istituzioni, sulla sua stessa esistenza. E' di grande importanza, in questo senso, la figura dell'eroe mitico, di cui nella tragedia si fanno rivivere le peripezie e le sofferenze. L'eroe mitico è problematico: vivono in lui qualità opposte come il coraggio, la fermezza, la capacità di soffrire, ma anche la violenza, la follia, l'orgoglioso. Conflitti ed enigmi contrassegnano tutti i grandi temi della situazione tragica. Al centro sta il rapporto tra l'uomo e il divino. Ma nel "divino" dobbiamo comprendere non solo i vari dèi ma anche e soprattutto il complesso di quelle forze della cui ineluttabilità e imperscrutabilità l'eroe tragico fa esperienza e che sono nominate come il Destino. In ogni momento l'eroe tragico si scontra con l'impossibilità di determinare autonomamente il corso degli eventi; in ogni sua azione egli si scopre "strumento" di una volontà superiore che non può controllare. Progetti e intenzioni mostrano la loro fragilità di fronte all'imprevisto, rovesciandosi in effetti contrari a quelli voluti. Poiché l'origine dell'azione si colloca insieme nell'uomo e fuori di lui, lo stesso personaggio appare ora agente, causa e fonte dei suoi atti, ora elemento passivo, immerso in una forza che lo supera e lo trascina. Qual è allora il significato di questa tensione costantemente mantenuta dai tragici tra la spontaneità dell'eroe e il destino fissato dagli dèi?
Per la nostra cultura, la responsabilità personale è sempre associata alla consapevolezza, ad una scelta compiuta liberamente. Nella cultura greca arcaica, al contrario, si può essere colpevoli di atti compiuti senza consapevolezza, come mostra la figura dell'Edipo re di Sofocle che, senza saperlo, in forza della maledizione che grava sulla sua stirpe, uccide il padre e sposa la madre. Nel conflitto tra individuo e destino, libertà e necessità, innocenza e colpa, la tragedia rappresenta il dolore come dominante dell'esistenza. I personaggi tragici soffrono e la partecipazione alla sofferenza appartiene anche allo spettatore. Ma la tragedia pone anche un forte legame tra dolore e conoscenza: l'eroe tragico soffre consapevolmente; non solo: attraverso il dolore si genera conoscenza e questo vale sia per i personaggi sulla scena che per il pubblico in teatro. L'antico detto di Esiodo, "solo soffrendo lo stolto impara", diventa il senso fondamentale dell'esperienza tragica: nel dolore l'uomo acquista la consapevolezza di ciò che è, del carattere conflittuale ed enigmatico della realtà e della sua vita. La tragedia doveva avere - teorizzerà Aristotele nella Poetica - un esito catartico (= di purificazione. Tutto questo lo ritroveremo nella filosofia: accettazione della vita, esaltazione della moderazione e della misura per trovare la felicità.
La parola filosofo deriva da "filo-sofo" (amante della sapienza) che si differenzia della sola parola "sofo" cioè sapiente. La ricerca viene chiamata "filosofia".
Il sapiente era colui che gettava luce nell'oscurità, colui che scioglieva gli enigmi, colui che manifestava l'ignoto e precisava l'incerto. Il sapiente è colui che riesce a capire qualche cosa che appartiene in genere all'ambito del divino, del misterioso, qualcosa che è nascosto agli uomini. La verità , in altri termini, appartiene all'ambito del divino e non è data agli uomini se non in momenti o in luoghi particolari. Il sapiente è allora colui che riesce a cogliere la parola divina, colui che riesce a cogliere la sua verità e cerca di trasmetterla agli altri uomini. Ecco perché i sapienti parlavano poco e quando parlavano si esprimevano sinteticamente in detti che venivano poi trasmessi alle generazioni future, come ad es. "Ottima è la misura" (di Cleobulo), "Conosci te stesso" (attribuito a Talete, si trova sul frontone del tempio di Delfi, e Socrate la farà sua), "Sappi cogliere l'opportunità" (Pittaco) ecc. Per noi, oggi, le parole non contano poi molto: parliamo spesso e volentieri a vanvera, diciamo una cosa e poco dopo la smentiamo, senza preoccuparci se abbiamo ferito o no una persona con quello che abbiamo detto. Nei tempi antichi non era così: la parola era "densa" di significato, era "qualcosa", aveva quasi una realtà a sé. Tale pienezza verrà a poco a poco impoverita e solo la filosofia cercherà di ricordare l'importanza della parola. La filosofia nascerà come attività a sé quando diventerà quella parola che poggia esclusivamente su di sé, e che quindi non ha bisogno di fondarsi sulla autorità di chi parla. Ma vi è ancora qualcos'altro alle origini della filosofia. Ricordiamo anzitutto la visione religiosa greca. La vita umana è concepita entro i confini segnati dagli dèi e dal destino , a cui tutti devono sottostare . Il bene e il male, d'altra parte, non sono pensati anticamente come valori morali, concetti astratti: sono invece forze oggettive, potenze che convivono nell'universo e tra esse Zeus pone l'equilibrio. Felice dunque l'uomo a cui Zeus manda il bene, infelice l'uomo a cui Zeus manda i mali! Da questo punto di vista potrebbe sembrare che la religiosità greca sia essenzialmente all'insegna del pessimismo: l'esistenza umana è per definizione effimera e sovraccarica di affanni, poi viene la morte che non risolve, del resto, proprio nulla. Per i contemporanei di Omero, la morte era infatti una sorta di post-esistenza, ridotta ed umiliante, nelle tenebre sotterranee dell'Ade, popolate da pallide ombre, prive di ogni forza e memoria. L'uomo insomma dispone solo di questa vita terrena e solo dei propri limiti, quelli che gli sono stati assegnati dalla sua condizione.
Eppure, proprio in questa situazione, l'uomo greco potrà intravedere una soluzione positiva: la saggezza. Ed infine vi è la tragedia, che riveste un'importanza fondamentale per conoscere le condizioni che permisero la nascita e lo sviluppo della filosofia. I Greci si ponevano di fronte al teatro in modo assai diverso dai moderni. Essi assistevano alla rappresentazione teatrale nel corso di una solenne festa religiosa, programmata e organizzata dallo Stato. Per l'ateniese del 5° sec. a.C., nel teatro aveva luogo una esperienza politico-religiosa di grande importanza. La realtà di cui lo "spettatore" fa esperienza nel teatro è altrettanto concreta e presente di quella della sua esistenza quotidiana. Tuttavia non si identifica con quest'ultima: lo spettatore viene in qualche modo proiettato in una situazione capace di rivelare significati nuovi e più alti. Quando la tragedia si afferma e istituzionalizza in Atene, il mondo del mito è già visto come distante, ma non ancora estraneo o insignificante. Ciò rende possibile , nella tragedia, la riattualizzazione del mito stesso e dei suoi significati. E' una sorta di filtro attraverso il quale lo spettatore è chiamato a riflettere e ad interrogarsi su valori, credenze, istituzioni, sulla sua stessa esistenza. E' di grande importanza, in questo senso, la figura dell'eroe mitico, di cui nella tragedia si fanno rivivere le peripezie e le sofferenze. L'eroe mitico è problematico: vivono in lui qualità opposte come il coraggio, la fermezza, la capacità di soffrire, ma anche la violenza, la follia, l'orgoglioso. Conflitti ed enigmi contrassegnano tutti i grandi temi della situazione tragica. Al centro sta il rapporto tra l'uomo e il divino. Ma nel "divino" dobbiamo comprendere non solo i vari dèi ma anche e soprattutto il complesso di quelle forze della cui ineluttabilità e imperscrutabilità l'eroe tragico fa esperienza e che sono nominate come il Destino. In ogni momento l'eroe tragico si scontra con l'impossibilità di determinare autonomamente il corso degli eventi; in ogni sua azione egli si scopre "strumento" di una volontà superiore che non può controllare. Progetti e intenzioni mostrano la loro fragilità di fronte all'imprevisto, rovesciandosi in effetti contrari a quelli voluti. Poiché l'origine dell'azione si colloca insieme nell'uomo e fuori di lui, lo stesso personaggio appare ora agente, causa e fonte dei suoi atti, ora elemento passivo, immerso in una forza che lo supera e lo trascina. Qual è allora il significato di questa tensione costantemente mantenuta dai tragici tra la spontaneità dell'eroe e il destino fissato dagli dèi?
Per la nostra cultura, la responsabilità personale è sempre associata alla consapevolezza, ad una scelta compiuta liberamente. Nella cultura greca arcaica, al contrario, si può essere colpevoli di atti compiuti senza consapevolezza, come mostra la figura dell'Edipo re di Sofocle che, senza saperlo, in forza della maledizione che grava sulla sua stirpe, uccide il padre e sposa la madre. Nel conflitto tra individuo e destino, libertà e necessità, innocenza e colpa, la tragedia rappresenta il dolore come dominante dell'esistenza. I personaggi tragici soffrono e la partecipazione alla sofferenza appartiene anche allo spettatore. Ma la tragedia pone anche un forte legame tra dolore e conoscenza: l'eroe tragico soffre consapevolmente; non solo: attraverso il dolore si genera conoscenza e questo vale sia per i personaggi sulla scena che per il pubblico in teatro. L'antico detto di Esiodo, "solo soffrendo lo stolto impara", diventa il senso fondamentale dell'esperienza tragica: nel dolore l'uomo acquista la consapevolezza di ciò che è, del carattere conflittuale ed enigmatico della realtà e della sua vita. La tragedia doveva avere - teorizzerà Aristotele nella Poetica - un esito catartico (= di purificazione. Tutto questo lo ritroveremo nella filosofia: accettazione della vita, esaltazione della moderazione e della misura per trovare la felicità.
Il ns sarà un viaggio di purificazione dai ns preconcetti e di apertura alla vita attraverso le parole e il pensiero dei grandi padri della filosofiaGaia
ALLORA INIZIAMO?
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